Danilo Maccioni

cosa eravamo, cosa siamo, cosa saremo

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I Toret

Ispirato dal progetto dal nome I love Toret, ho messo per iscritto alcuni pensieri che riguardano le fontanelle della mia città.

I Toret sono, come ogni altra fontanella, monumento alla vita ed alla prosperità, nonché all’elemento che ne è principalmente responsabile, ovvero l’acqua. Una cosa che però li contraddistingue da molte altre fontanelle pubbliche sparse nel mondo, è il design caratteristico, legato all’identità torinese: solidi totem di fattura industriale di fine Ottocento inizio Novecento, raffiguranti un capo dalle sembianze taurine, di un tipico colore “verde vittoria”.

I Toret erano, ahinoi erano, la testimonianza di come in passato il Piemonte fosse ricco d’acqua, mentre oggi anche le Alpi Occidentali patiscono il grande caldo, i ghiacciai si ritirano e altrettanto fanno i loro bacini naturali ed artificiali.

I più fantasiosi potrebbero immaginare un acqua diffidente della civiltà, meno ammaestrabile, che rimane nascosta per poi tenderci “l’agguato”; quando fa capolino lascia al suo passaggio disastri, nubifragi, esondazioni e frane: ma l’acqua come si sa è informe, incolore, inodore, insapore e sopratutto non ha una coscienza, al contrario degli esseri umani (così almeno dovrebbe essere…). Le sue trasformazioni tra stato liquido, solido e gassoso è la Fisica a regolarle, così come anche la sua incomprimibilità, ovvero la resistenza che essa esercita al tentativo di ridurne il volume. La maggior parte dei danni che subiamo da lei, potremmo definirli una reazione ai nostri discutibili stili di vita.

Forse vedere ancora quel flusso scorrere ci rassicura perché lo reputiamo infinito, forse è il suono dello scroscio che evoca in noi quello dei corsi d’acqua naturali, ci infonde un senso di primordiale libertà ed onnipotenza e ci distrae dalle problematiche che pendono su di noi e le future discendenze.

Si è vero quanta nostalgia il Toret, ci ricorda la Torino d’un tempo di quando si era giovani e belli, circondati da persone giovani e belle; ma si sa, il passaggio del tempo monda i ricordi più torbidi e dolorosi e conserva quelli limpidi e gioiosi: ma se i Toret potessero parlare, cosa direbbero? I Toret sono testimoni di molti bei momenti, ma hanno anche visto passare i “poverini” degli anni Ottanta, che li utilizzavano per sciacquare la “spada”  o chi ne ha avuto estremamente bisogno, per ristoro o soccorso.

Per chi come me pratica ancora “l’escursionismo metropolitano”, sport d’elite oggigiorno, i Toret mantengono la loro sacralità e rappresentato tappe obbligate, anche solo per una sorsata veloce ma apprezzata, indispensabile così come è per un ciclista la sua borraccia.

Comodi ed utili, emblema di civiltà e di apertura, come lo erano anche i vespasiani (per chi se li ricorda), già vittime dei tagli o delle “riqualificazioni” urbane, tristemente sostituiti dagli angoli ciechi offerti dai cassonetti, dalle povere piante o da altre improvvisate nicchie.

Rimarrebbe da domandarsi se e quali sono stati gli impatti sul turismo di questa scelta e quali sarebbero quelli legati alla soppressione totale dei tori cittadini, o se piuttosto ci sia bisogno di migliorare il servizio senza stravolgerne l’utilità sociale.

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