Danilo Maccioni

cosa eravamo, cosa siamo, cosa saremo

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Infondo ad un pozzo

Infondo ad un pozzo c’è un cane, un cane al quale nessun bimbo ha fatto in tempo a dare un nome. Piombò laggiù poco tempo dopo che la madre aveva finito di svezzare la cucciolata.  Era intento a rincorrere una coccinella, un balzo distratto lo proiettò là, dove si trova ancora oggi.

Il capitombolo gli aveva causato la frattura della zampa anteriore sinistra. La prima settimana si sentiva triste ed impaurito per via della sua situazione e allora passava ore a guaire, finché sfinito si addormentava. Gli mancavano la madre e i fratelli, il poter rincorrere gli insetti all’aria aperta o il riposare su un campo d’erba, riscaldato dal sole. Ma col tramontare delle lune, l’angoscia per la memoria di quei giorni spensierati vissuti in superficie, cominciò a spegnersi ed a cedere lo spazio alla curiosità per la nuova condizione di vita.

Si domandava come mai il suo piccolo branco non lo cercasse, non avesse seguito col fiuto la pista del suo odore, il pensiero lo sconfortava. Ogni tanto sentiva dei rumori provenire dall’esterno, pensava che finalmente lo avessero trovato ed allora abbaiava ancora, ma quando si accorse che non accadeva nulla, smise definitivamente di prestargli attenzione.

Potrebbe sembrare una storia triste da raccontare, ma tutto sommato non lo è: liggiù non stava malaccio.

Nella sfortuna di essere relegato in quel luogo, l’immobilità aveva giocato un ruolo favorevole per la guarigione dell’osso. Certo ogni tanto appoggiare la zampa gli procurava ancora dolore, ma l’arto aveva ristabilito pienamente la sua funzionalità. La fonte poi era fresca e pulita, e in uno spicchio di rocce che usciva dall’acqua, si era ricavato una nicchia accogliente per vivere. Il mangiare non mancava: bestioline come scarafaggi, topolini, lucertole e ranocchi facevano parte del suo nuovo regime alimentare.

Le lumachine erano il suo pasto preferito, facevano capolino quando pioveva e lui ci si avventava voracemente: una vera e propria manna dal cielo!

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Il cielo. Ormai era un piccolo disco fermo sopra la sua testa, tanto che aveva iniziato a confonderlo con il ricordo che aveva del sole. Inoltre, stare col muso all’insù lo annoiava terribilmente e così lo faceva sempre più di rado. Il freddo non era più un problema, gli era cresciuto un pelo lungo e caldo per quello.

Si diverte assai di più ad osservare i luccichii riflessi dalle pareti di roccia: oh, che splendore che sono quelli! Le pietre sfavillanti erano diventate il suo cielo stellato. Non accade sovente che la luce arrivi in modo da farle brillare e quando accade è un vero uno spettacolo: per la gioia compie rapidi giri su se stesso, scodinzolando animosamente. In quelle occasioni prova ancora un po’ di nostalgia per il suo vecchio mondo, qualcosa di simile ad una fitta sorda, ma poi ripensa a come è finito laggiù, al dolore che ha passato e che vorrebbe non si ripetesse mai più.

Ai tanti che sentendo questa questa storia vorrebbero sapere dove si trova quel pozzo, per andare di corsa a salvare quella creatura, ho esternato le mie più sincere rassicurazioni. La sua vita ormai è lì. Gli piace e non spera più in alternative. Il cinismo non fa parte della sua natura candida ed ingenua. Lo spirito di sopravvivenza e di adattamento d’altronde gli hanno permesso di trovare del bello nel poco che quel mondo remoto ha da offrirgli.

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