Marsiglio! Marsiglio! Marsiglio! Marsiglio!

Ah, l’amore! Cos’è l’amore se non un’esagerata passione dettata dall’illusione? Sarà capitato di certo a tutti di essere imprigionati in una relazione, rincorsi da romantiche ossessioni. Una volta ho vissuto un’esperienza che per quanto breve fosse stata, lasciò un segno indelebile. Ve la voglio raccontare, sarete voi a giudicarla, scoprirete cosa può ridurre a fare un amore come quello…

Dovevo vederla, ormai era diventata un tormento e io mi ero messo in testa che l’avrei aspettata tutto il giorno davanti al portone del suo palazzo, avrei dormito lì per terra se fosse stato necessario. Era più di un anno che non la vedevo, io però non avevo mai smesso di amarla. A lungo avevo sperato che le nostre sorti avrebbero potuto riavvicinarsi: le telefonavo ma lei non rispondeva alle chiamate, le spedivo messaggi sul cellulare tuttavia lei non replicava. Se questa era la sua strategia per farsi dimenticare non funzionava affatto, anzi aumentava ancora dì più la mia voglia di rivederla. Ed era per quello che io ero andato fin lì, volevo vederla con i miei occhi, felice con un altro uomo e magari in dolce attesa: quello sarebbe stato l’unico modo per dimenticarla veramente, a quel punto sarei stato costretto a farmene una ragione. Quando arrivai al portone mi sorpresi di come il quartiere fosse cambiato da quando non lo frequentavo più: mi accorsi che l’edicola si era spostata proprio davanti ai parcheggi, al suo posto di fronte allo stabile si era eretto un nuovo palazzo alto diversi piani più del suo “Oramai demoliscono e ricostruiscono in una settimana…” pensai. Finalmente ero lì, era da molti mesi che meditavo questa mossa e finalmente avevo trovato il fegato e le parole necessarie per azzardarla.

Le avrei detto: “Ciao Luce, è da molto tempo che non ci vediamo, esattamente da quella notte in cui fuggisti dalla mia vita mentre dormivo, lasciasti sul comodino un laconico messaggio di una sola parola: riguardati. Da quel giorno il silenzio. Con quell’inspiegabile gesto, tu mi rubasti una parte di vita, passavo intere giornate a tormentarmi e a chiedermi cosa fosse realmente successo. Anche se ti amo sempre, ho passato troppo tempo in agonia ed oramai vorrei solo riuscire a dimenticarti; ma non ci riesco, sono un’anima tormentata in cerca di quella parte mancante. Vorrei almeno capire il perché.”

Non riuscivo ad immaginarmi la reazione che avrebbe avuto alle mie parole o anche solo nel vedermi, sapevo solo che avrei fatto di tutto pur di levarmi quell’enorme interrogativo dalla testa. Rimuginando, il tempo passò senza che potessi accorgermene, era tardo pomeriggio; in un venerdì di fine settembre il sole andava scomparendo dietro alla palazzina di fronte. Erano diverse ore oramai che piantonavo l’entrata del suo stabile e nessuno ancora si vedeva. “A quest’ora dovrebbe essere già rincasata…” dissi tra me e me iniziando a allarmarmi. Sapevo per fonti indirette che lavorava sempre dal rag. Morfeo e che abitava sempre lì… “Ma aspetta un attimo” a quel punto mi venne un bruttissimo presentimento. Ripensai ai mutamenti del circondario troppo veloci per poter essere possibili ed al fatto che non fosse ancora arrivata (e forse non lo sarebbe mai).

“Dove minchia sono?” mi chiesi perplesso. Anche se in quel posto non ci andavo da una vita, ero sicuro di aver fatto lo stesso tragitto di sempre, eppure avevo sbagliato. Iniziai a camminare per la sua via, quando mi arrivò ai piedi un pallone che apparteneva a dei ragazzini che giocavano a calcio sul marciapiedi, mi venne allora in mente che ero sempre stato una frana a maneggiare quella sfera con i piedi perciò imbarazzato, lo presi con le mani e glie lo ridiedi. Loro mi ringraziarono e io continuai. Ricordo che camminai con passo sostenuto per una bel po’ di tempo, fino a quando insomma, mi trovai di fronte ad un enorme spiazzo accostato da una vecchia palazzina in rovina; era circondata da ponteggi arrugginiti. Proseguendo capii che era occupato abusivamente, sotto le impalcature, proliferava un piccolo bazar dell’illegale, mercanti di droghe, svariate refurtive, e armi. Rimasi un po’ scosso ma sapevo che se mi fossi fatto gli affari miei non avrei avuto grane. Come se non bastasse iniziò a piovere, e io non avevo scelta se non quella di rifugiarmi tra le impalcature. La situazione diventava sempre più irreale, “Ma se dovevo fare st’enorme minchiata per quella stronza…” mi domandavo io fradicio. Ero li ormai da un’ora, le sigarette fumavano più velocemente del solito, esattamente il doppio: metà a me e metà al nervoso; come se non bastasse la pioggia non accennava di voler smettere. Fu allora che si sentì un grido di allarme: un ragazzo che andava avvicinandosi verso il luogo delle negoziazioni parlando a proposito di una retata che sarebbe arrivata lì a breve. In pochi istanti la piccola mischia di persone si dileguò: chi si mise a correre lontano e chi preferì nascondersi all’interno dello stabile. A quel punto io, in preda al panico mi sdraiai a terra rotolandomi nella fanghiglia che si era formata nell’estremo tentativo di mimetizzarmi. La paura di essere scambiato per uno di quei malviventi mi aveva immobilizzato in quel posto, pregando di non essere trovato.

Sarà stato spavento, sarà stato frutto di quella situazione ormai definibile fiabesca, il fatto e che a quel punto persi conoscenza…

Quando riacquistai i sensi, mi trovavo all’interno di posto che aveva tutta l’aria di essere un ospedale. Provavo un senso di torpore che pian piano andava svanendo. Ci misi poco ad apprendere da una donna vestita da infermiera come fossi arrivato lì: un vigile urbano mi aveva ritrovato immerso nel fango e credendo che fossi stato aggredito da qualche delinquente, chiamò in soccorso un’ambulanza che mi portò in ospedale per accertare le mie condizioni di salute. Quando scoprirono che non avevo assolutamente niente e vedendomi ridotto in quello stato pietoso dedussero che ero un malato di mente. Cercai di spiegargli la mia storia, con tutta l’animosità di cui disponevo ma questa non giocò a mio favore. Replicò che non si poteva fare altro fino all’inizio della settimana prossima, quando sarebbe arrivato uno specialista ad esaminarmi; io dovevo avere pazienza e aspettare.

Ad un certo punto mi affacciai al vetro della porta e vidi degli altri infermieri riuniti nel corridoio attorno ad un piccolo tavolino. Capì dai loro discorsi che erano tutti nuovi del reparto e non si conoscevano l’un l’altro. Uno di loro per evitare che qualche paziente si fingesse infermiere, propose che avrebbero dovuto portare con sé un qualcosa che li contraddistinguesse e dicendolo armeggiava con alcuni pezzi di ametista. Riconobbi quella particolare pietra perché ci feci una ricerca alle scuole medie: gli antichi credevano che fosse in grado di preservare dall’ubriachezza. Intesi che chiunque dei presenti ne possedeva un pezzo era da ritenere sano di mente; dopo che se ne spartirono un pezzo a testa si allontanarono, lasciando in un cassetto il rimanente. Mi avvicinai indisturbato fino al tavolo la tirai fuori e la scagliai al suolo per frammentarla. Ne presi un pezzo e me lo misi in tasca, il resto lo rimisi dove lo trovai; terminata l’operazione, tornai a gran velocità verso la mia stanza prima che qualcuno potesse accorgersene. Cinque minuti dopo, quando l’infermiere venne per il solito controllo glie la mostrai. “Ora ci credi che sono sano di mente?” Senza fiatare, mi fece uscire dalla stanza e con tutte le scuse del mondo mi congedò. Fu a quel punto che sentii la voce di mia defunta madre dire “Bene è semplicissimo ora pronunciamo il tuo nome per quattro volte e tutto finirà! Marsiglio! Marsiglio! Marsiglio! Marsiglio!”

Mi svegliai. Restai sollevato nel comprendere all’istante che tutto quello che vi ho raccontato era stato solo un bizzarro sogno. Provai sollievo soprattutto perché mai in vita avrei fatto una simile scemenza, perché mia madre è tuttora in vita e perché nella realtà non mi chiamo Marsiglio.