Danilo Maccioni

cosa eravamo, cosa siamo, cosa saremo

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Moses e il delfino

La tavola di legno era alla deriva da molte ore oramai. La piccola imbarcazione era affondata la notte prima, presumibilmente intorno alle undici di sera: ciò Moses lo ipotizzò ricordando la posizione delle stelle e della Luna, subito prima che il cielo si velasse d’una coltre di nubi illuminata dai lampi. La mareggiata si era scatenata improvvisa e violenta, per il tempo necessario ad inghiottire negli abissi l’abitazione del vecchio lupo di mare. Moses, era seduto a gambe incrociate su quell’ultimo sostegno gallegiante. Aveva sempre venerato il mare come una divinità, perché fino a quel momento gli aveva permesso di sopravvivere: lo rispettava, lo pregava e lo temeva. Una vita di sacrifici e sofferenza la sua. In quella situazione però, gli era difficile comprendere l’accaduto, si chiedeva il perché di quella punizione: in balia delle onde, lontano dalla terra ferma e senza alcun mezzo utile a salvarsi. Spaesato, lisciò la barba con la mano sinistra, e cercò di non pensare alla morte ed alle sofferenze che ce lo avrebbero condotto.

Il sole era alto in cielo e la metà del giorno era ormai superata, Moses ipotizzò la traiettoria che avrebbe tentato di intraprendere quando il sole si fosse fatto più basso e mite. La sua salvezza stava tutta in quell’ultimo estremo tentativo. Se fosse resistito per almeno altri due giorni in quelle condizioni, avrebbe avuto la speranza di raggiungere terra. Così si era fatto forza, aveva inumidito la maglia con l’acqua marina e se l’era fasciata sulla testa per proteggere quest’ultima dai raggi del sole. L’avrebbe alternata tra il capo e il torso, per evitare di scottarsi. Aveva quasi finito di sistemare il turbante, ma qualcosa lo interruppe, un grosso pesce si stava avvicinando a lui. Dapprima pensò ad un pescecane e in un’istante gli si gelò il sangue nelle vene, ma poi il suo occhio esperto identificò le sembianze del delfino. E lo era davvero per fortuna. Il delfino si avvicinò adagio fino al legno e poi aveva sporto il muso verso Moses. Moses, nell’assistere a quella scena si commosse nuovamente, ma questa volta per lo stupore.

Pensò che nonostante l’amara sorte che gli pendeva sopra la testa, era felice di essere protagonista di una simile manifestazione divina. Il pescatore, con gli occhi umidi di lacrime accarezzò la creatura con la mano sinistra, lei sembrava non temerlo. Gli occhi dei due, si incrociarono, come se riuscissero a comunicare tra loro; quelli affaticati del marinaio imploravano soltanto un po’ di compassione a quei due piccoli punti neri e vispi, che volevano in qualche maniera consolarlo. Pochi minuti in tutto, pochi istanti di poesia pura, poi il delfino tornò sott’acqua. Rinfrancato dall’accaduto, ma anche abbacinato dal sole e la fatica, il marinaio si rilassò completamente, credette che quelli fossero i segnali dell’approdo al Paradiso. Dopo poco però, accadde una cosa ancora più strabiliante: il delfino stava tornando, ed con bocca pinzava la rete dei cocchi che Moses teneva a bordo. Moses non riusciva proprio a darsi spiegazioni, si limitò a ringraziare il suo Dio ed il suo insolito salvatore. Moses accarezzò il fianco del delfino prima di prendere la rete, dopodiché il delfino si riallontanò. Moses a quel punto decise che non avrebbe aspettato il fresco, che i segnali ricevuti erano inequivocabili e non ci fosse da perdere altro tempo. Estrasse due dei cocchi contenuti nella sacca e li mise tra le gambe divaricate, poi si legò il sacco con i cocchi rimanenti ad una caviglia. Prese i due cocchi e li fece scontrare l’uno contro l’altro con tutte le forze che gli rimanevano nelle braccia, finché il primo non cedette. Moses poté finalmente bere. Batté ancora fino a staccare alcune parti del frutto e poté anche mangiare. Si pulì le mani impiastriccate di latte di cocco sul viso, sulle braccia e sul petto, dopodiché si mise in marcia. Nulla ormai lo avrebbe fermato.

Il tragitto era sfiancante ma ad alleviare le fatiche, lo aiutava il pensiero di non essere solo: distingueva costanti gli spuzzi e gli schiocchi, del suo salvatore.

Quando al sorgere del sole la luce illuminò la terra ferma all’orizzonte, provò il sollievo più grande di tutta la sua vita.

Dopo altre due ore di sforzi, Moses arrivò su di una spiaggia. Il delfino lo aveva seguito fino a lì. Moses lo accarezzò, lo ringraziò singhiozzando dal pianto e lo congedò. Corse sotto l’ombra di alcuni alberi lì vicino e ci rimase per due giorni. Il terzo giorno, riacquistate un po’ di forze Moses iniziò a guardarsi attorno per riorganizzare la sua vita, quando scorse verso il mare il suo amico ad attenderlo. Da allora i due si incontrano tutti i giorni. Moses decise di stabilirsi in quel luogo, si costruì una capanna su uno sperone piuttosto riparato ed una zattera per poter tornare in mare, di tanto in tanto: non si spinse mai più oltre le acque sicure, ma il tanto che gli bastava per pescare qualche pescetto da condividere con il suo amico.

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